Caffè

Quell'inebriante aroma di...caffè

      "Il caffè signori miei, non è una fava o un legume, non nasce altrimenti che nelle contrade vicino a Costantinopoli. Il caffè che gli orientali chiamano cauhè o cauha, è prodotto non da un legume, ma bensì da un albero che può paragonarsi agli aranci e ai limoni e le loro radici fisse nel suolo si alzano circa tre-quattro metri da terra. Le foglie sono disposte come quelle degli aranci, sempre verdi e d'inverno di un verde bruno".

      Così raccontava nel secolo scorso un viaggiatore che aveva visto in Arabia campi interi di piante di caffè.

      La perfezione del chicco dipende dalla coltivazione. Nella stessa Arabia non tutti i terreni producono grani di eguale bontà i grani piccoli e di colore verdastro sono i migliori. Un altro aspetto importante è la tostatura.

      Fino a non molti anni fa il caffè era "abbrustolito" in casa. Il viaggiatore di ritorno dall' Oriente raccomandava di " abbruciarlo appena quanto basti e macinarlo indi reso ch'egli è in polvere dentro una caffettiera asciutta gli verso sopra l'acqua bollente".

      I tempi sono cambiati, i paesi di produzione si sono moltiplicati, ma l'aroma del caffè per fortuna inebria ancora l'aria, dappertutto.

      Nei vicoli dei " quartieri spagnoli " di Napoli si può ancora sentire il gradevole profumo della tostatura fatta col carbone. Eduardo de Filippo ne ha esaltato il rituale nella celebre commedia "Questi fantasmi". Il grande drammaturgo usava mettere un "cuppetiello" di carta sul beccuccio della caffettiera per non disperdere l'aroma.

      Giuseppe Parini nel poemetto "Il giorno" esortava il "giovin signore", "...nei tuoi labbri - onora la nettarea bevanda ove abbronzata - fuma et arde il legume a te da Aleppo - giunto o da Moka, che di mille navi- popolata mai sempre insuperbisce". Johann Sebastian Bach compose una "Cantata per il caffè"; e non si contano i pittori che nei loro quadri hanno rappresentato scene connesse al rito del caffè.

      


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Napoli, 15/01/2013 ore: 13.56