La Canzone Napoletana

Te voglio bene assaje

      La prima canzone ufficiale di Piedigrotta fu "Te voglio bene assaje" scritta da Raffaele Sacco e musicata probabilmente da Gaetano Donizetti.

      La festa della Madonna di Piedigrotta era per i napoletani più importante di Natale e Pasqua, anche i vicerè spagnoli, e i re Borboni andavano in pellegrinaggio, la sera del 7 settembre, nella chiesa di Piedigrotta.

      Giuseppe Garibaldi, entrato in Napoli proprio il 7 settembre 1860, dovette l'indomani (per non inimicarsi il popolo) rendere omaggio alla Madonna di Piedigrotta.

      

'O marenariello



      Salvatore Gambardella, fu mandato dai genitori a bottega come garzone di fabbro. Il principale, Vincenzo Di Chiara oltre che fabbro era musicista e la sua officina era frequentata da autori e aspiranti tali. Nel 1893, Salvatore in assenza del principale vide entrare un suo coetano Gennaro Ottaviano, che voleva mostrare al maestro de Chiara i suoi versi. "Fai vedere a me. Io sostituisco il maestro", mentì Gambardella, e preso il mandolino alla parete incominciò a leggere esaltandosi i versi del diciannovenne Ottaviano. "Ti dispiace se provo a musicarli ?"  Li musicò li per li, nella bottega e la canzone risultò un capolavoro eccezionale. Il titolo " 'o marenariello" i versi immortali: "Vicino 'o mare/ facimm'ammore".

      

O' zampugnaro 'nnammurato



      Armando Gill (pseudonimo di Michele Testa) cantante, fantasista, improvvisatore e, infine poeta e musicista. Autore di canzoni famosissime come: O' zampugnaro 'nnammurato, Nun so geluso, Come pioveva ed altre fu un vero e propro fenomeno.

      Nel 1887 a soli nove anni allievo in un convitto diretto dal professor Chierchia che per una visita del cardinale di Napoli aveva fatto imparare una poesiola ad un alunno, questi nel corso della cerimonia si emozionè e rimase muto. Fu allora che Armando Gill andò incontro al cardinale e recitò una poesia inventata al momento, con sollievo del professore e ammirazione del cardinale.

      

Tammurriata nera



      Si era nel 1945, l'anno prima per Napoli erano passati gli stupratori marocchini. Eduardo Nicolardi dirigente amministrativo dell'Ospedale Loreto, vede a subbuglio il reparto maternità per uno straordinario evento. A una ragazza è nato un bambino di pelle scura. A sera, a casa di E.A.Mario (i due poeti sono consuoceri) dopo aver ascoltato l'episodio il padrone di casa propone all'ospite "Edua' facimmo 'na canzone". E.Nicolardi con la sua straordinaria immediatezza dettò i verdi di "Tammurriata nera" che E.A.Mario musicò. Occorreva grande maestria e una grande "pietas" artistica, per narrare la vicenda in modo efficace, senza volgarità, e senza che la povera madre potesse sentirsi offesa.

      

Al caffè Turco



      In piazza del Plebiscito c'erano il "Caffè Turco" e il più famoso "Gambrinus". Luogo di incontri e confronti di poeti e intellettuali. Al Caffè Turco serviva ai tavoli, un ragazzo fantasioso e ispirato, che tra un sorbetto e un caffè da portare agli avventori, scrisse " 'A tazza 'e cafè", "Ellampadine", "Come facette mammeta", il ragazzo si chiamava Giuseppe Capaldo.

      

Maria Borsa



      Maria Borsa è stata l'inventrice della "mossa", imitata da generazioni di sciantose. Maria nata nel 1868 fu definita sui manifesti "La napoletanissima delle canzonettiste". Sapeva ripetere alla perfezione le "voci" dei venditori di marruzze e di acqua "zuffregna" che intonò nei maggiori ritrovi di Napoli, in molti teatri d'Italia e alle Follies Bergere, a Parigi. Nel 1908 il terremoto di reggio Calabria le portò via l'unico figlio. Maria non ebbe più il coraggio di cantare.

      

Generale Clark



      In una biografia ufficiale del generale Clark, comandante della V armata alleata, Michael E. Musmanno scriveva : "Il 1 ottobre 1943 reparti della V armata sono entrati nella capitale musicale d'Italia, dove per 4 giorni cittadini armati hanno combattuto contro i tedeschi: Napoli, ammantata dalle liriche leggende delle sue notti romantiche e delle sue canzoni, note in tutto il mondo. Ma la guerra ha costretto la musica a tacere" e, aggiunse: " Ma non passerà molto e i napoletani potranno rimettersi a cantare. Perchè è difficile abbattere lo spirito di questi cittadini".

      

Santa Lucia"



      Santa Lucia nel 1860

      L'autore di "Santa Lucia", Teodoro Cottrau nato a Napoli nel dicembre del 1827 era solito scrivere canzoni anche alle 3 di notte, con disappunto della moglie. "Mi è venuto in sogno il motivo di una canzone, se non la trascrivo subito, me la dimentico" si giustificava con la consorte Giovanna Cirillo.

      Teodoro Cottrau, che aveva ereditato il cognome dal nonno francese, mori a Napoli il 30 marzo 1879.

      

Vir' quanto è bella Napoli"



      Dopo l'Unità d'Italia, Napoli vide diminuire e di molto la sua importanza, prima era capitale ora una delle tante città italiane e, pur se contenti d'aver sacrificato il loro antichissimo ruolo di cittadini di una capitale, mal sopportavano che per qualsiasi necessità amministrativa, bisognava ricorrere prima a Torino, poi a Firenze e infine a Roma. E fu in questo clima che uscirono mille canzoni satiriche e, fra queste, una divenne celebre: "Vir quanto è bella Napoli,/pare 'nu franfellicco/ ognuno vene e allicca/arronza e se ne va".

      

Marechiaro



      Salvatore di Giacomo andò a Marechiaro solo molti anni dopo aver scritto la celeberrima canzone. In un articolo di giornale scrisse "In un giorno d'Aprile, con una piccola barca a vela sono stato per la prima volta laggiù, su quei lidi che, senza conoscerli, ho cantato e celebrato". Il poeta si recò in quel luogo per accompagnare una giovane studentessa inglese, sua ospite.

      

Fenesta ca lucive



      Ad una triste e drammatica vicenda è ispirata la canzone "Fenesta ca lucive", scritta da ignoto cantastorie siciliano. Diventò popolarissima in Sicilia e, dopo essere tradotta in pugliese, calabrese, casertano e salernitano, approdò a Napoli e qui si fermò diventando quello che oggi potremmo definire un best seller.

      La vicenda ispiratrice si verificò nel 1563 a Carini a 20 chilometri da Palermo. La baronessa Caterina la Grua segregata in un castello dal padre che si opponeva alle nozze con un nobile della famiglia Vergallo, si "permise", eludendo il controllo dei guardiani, di vedere il suo amato. Il padre venuto a conoscenza del fatto, parti da Palermo in sella a un cavallo e, arrivato a Carini, ammazzò la figlia facendo spegnere poi in segno di lutto, tutte le luci del castello.

      

Lo guarracino



      E' della fine del settecento, di autori ignoti, "lo Guarracino" primo autentico esempio di tarantella in cui sono narrate le vicende del piccolo pesce coracino che, vestito a festa, va in giro sul fondo marino alla ricerca della sua bella, provocando la gelosia e una cruenta lotta fra tutti gli altri pesci.

      

La tarantella



      La tarantella è un ballo folcloristico e deve la sua denominazione a coloro che morsi da una tarantola si dibattono e si dimenano. Essa è simboleggiata da tre momenti: l'uomo che corteggia la donna; l'uomo e la donna che stanno insieme e, infine la donna che corteggia l'uomo per paura di perderlo.

      

Scetate



      Giosuè Carducci, arrivato a Napoli con una sua allieva, Annie Vivanti, volle conoscere Ferdinando Russo. Il poeta napoletano invitò a pranzo i suoi ospiti al ristorante Pallino. Ai posteggiatori presenti nel locale chiese di eseguire "Scetate" da lui scritta nel 1887. La Vivanti ascoltò in estasi la melodia del Russo, poi scoppiò a piangere. Il Carducci, ingelosito, si alzò da tavola intimando alla ragazza di seguirlo. Salutò in fretta Ferdinando Russo e non volle più rivederlo.

      

Duorme Carmè



      Giambattista de Curtis, poeta e musicista, risiedeva a Sorrento perchè precettore dei figli del proprietario dell'albergo Tramontano. Un giorno vedendo nell'albergo una prosperosa contadinotta con un cesto di frutta le chiese : "Come ti chiami ? " Carmela rispose la ragazza "Cosa fai qui ?" domandò ancora de Curtis, sono la figlia di un colono del commendatore, e abito a Fuorimura, il poeta non ancora soddisfatto "Cosa fai di solito ?" Dormo ! Rispose la giovane. E fu cosi che Giambattista de Curtis rinunciando ad una avventura amorosa compose l'immortale canzone in cui è detto:

      " Duorme carmè - che 'o cchiu bello da vita - è 'o durmì. "

      

'O sole mio



      Giovanni Capurro, l'autore di " 'O sole mio" nacque a Napoli, nel 1859 e mori cosi come era vissuto, cioè povero. Dalla sua vena poetica ricevette solo la gloria, mai l'agiatezza. La sua fu una morte napoletanissima, i familiari accortisi che stava alla fine, gli misero accanto al letto una immagine di S.Giuseppe, ritenuto patrono della buona morte. Sereno e sorridente Capurro volle dettare l'ultima poesia " Che buona morte, se io mi sento meglio" diceva uno dei versi, e ridendo spiegava che S.Giuseppe più che ricordargli la buona morte gli ricordaa le zeppole. Dopo aver dettato la poesia reclinò il capo.

      


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Napoli, 10/01/2013 ore: 0.33