Presentato Circus don Chisciotte

      Al Teatro Mercadante presentato in conferenza stampa il nuovo lavoro di e per la regia di Ruggero Cappuccio. Taglio del nastro giovedì 23 marzo (repliche fino a domenica 2 aprile) al Teatro San Ferdinando. Prodotto dal Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, lo spettacolo è interpretato da Ruggero Cappuccio, Giovanni Esposito, Giulio Cancelli, Ciro Damiano, Gea Martire, Marina Sorrenti. Firma le scene Nicola Rubertelli, i costumi Carlo Poggioli, le musiche Marco Betta, disegno luci e aiuto regia Nadia Baldi.

      Cappuccio, neo direttore artistico del Napoli Teatro Festival, dedica il suo Don Chisciotte contemporaneo al compianto Gerardo Marotta. Il suo Michele Cervante è un ex professore universitario che ha perso le proprie sostanze e vaga immaginando un grande progetto di riumanizzazione del mondo... Quanto di più paradossale – si chiede Cappuccio – nella figura dell'avvocato fondatore degli Studi Filosofici che ha cercato invano di donare oltre 300.000 volumi alla città di Napoli? Sono tantissimi, prosegue l'autore, i Marotta che lottano affinché l'umanità sia salvata, e lo fanno difendendo un giardino, un luogo d'arte, di cultura e quant'altro –sono i Don Chisciotte che amiamo. Michele sostiene di essere un discendente di Cervantes.

      Può esserlo o meno geneticamente, ma di sicuro lo è in quanto amante dei libri, dotato di una visione e morto da visionario... Sono molte le nazioni nel mondo che si identificano in un libro: se Israele si identifica con la Bibbia, il mondo arabo con il Corano (per ognuno il libro dei libri) per altri esistono identificazioni più letterarie: l'Inghilterra si identifica in Shakespeare (anche se non le assomiglia, pudica, di poche parole...), la Germania in Goethe, l'Italia in Dante Alighieri, la Spagna in Cervantes, autore che poco ha a che fare con la Spagna dell'Inquisizione, delle regole, ma tanto con la proiezione del desiderio. Cervantes, come Tomasi di Lampedusa, non si ritenne mai un letterato, vero outsider che muore con l'idea di aver scritto un romanzo dilettantesco. Stendhal fu definito “sciatto” da Hugo, ma certe “sciatterie” sono state ben calcolate dagli autori.

      Così Cervantes crea un romanzo moderno, il più grande romanzo della crisi e del fallimento in Occidente, ben prima di Melville con il suo Capitano Achab e di Kafka. Centrale il rapporto tra realtà e illusione dove il reale non è mai così reale e l'illusione non è mai solo illusione. Come sempre nel teatro di Cappuccio vi è forte attenzione al piano linguistico, con “un italiano eversivo, sospeso nel tempo, con il dialetto napoletano agreste, aristocratico di Giovanni Esposito, che proviene dalla campagna, grande scrigno linguistico, con echi del mondo di Basile.

      Vi è il veneziano di Giulio Cancelli e dunque il lavoro rispecchia il doppio registro linguistico, lì dove vi è lo spagnolo alto di Don Chisciotte e le incursioni nel castigliano di Sancho Panza, il basso materiale e corporeo. L'italiano, spiega il regista, è una lingua meravigliosa ma non facile per fare teatro: è fonetica, ogni frase termina con vocali. Mirabilmente Borges amava definire la letteratura assemblaggio sinfonico. Il mistero dell'opera è nel suo sinfonismo. In italiano non si possono adoperare parole tronche, non vi è più “naufragar”, cor, amor, come nel melodramma italiano.

      A teatro il rapporto è con il suono. Il teatro scritto e musicato da De Simone, la drammaturgia di Moscato, Ruccello, Santanelli, Ugo Chiti, il Teatro Settimo, Spiro Scimone ha lasciato traccia. “Ferdinando”, la “Gatta Cenerentola” sono oggi titoli da cartellone: in quale altra regione d'Italia esiste un pubblico potenziale per opere contemporanee? La lingua napoletana, di enorme bellezza, possiede questo corpo sonoro, è un'eredità bella e insieme rischiosa da maneggiare.

      E dunque che il Don Chisciotte viva nel suo Circus, concetto del virtuosismo corporeo, poiché i personaggi del romanzo danno vita al virtuosismo interiore, vedendo/raccontando cose straordinarie – un virtuosismo dell'anima. Il mondo salvato dalla forza mitopoietica delle fiabe, da chi non si stanca mai di mostrare agli altri la propria visione. Luca De Fusco ricorda il prezioso lavoro della Factory Cappuccio che ebbe l'onore di riaprire il San Ferdinando con il suo “Spaccanapoli Times”, e che oggi ritorna nel teatro del dialetto, non solo quello napoletano, e che ha aderito al progetto quadriennale dello Stabile “Pompeii Theatrum Mundi”, prima rassegna di drammaturgia antica.

      Maresa Galli

      



Home

Napoli, 21/03/2017 ore: 19:23